29 maggio 2017
Aggiornato 02:00
Sisma nelle Marche

Terremoto Centro Italia, il ristorante dei soccorritori dovrà chiudere per debito: lo Stato gli deve 150mila euro

La titolare: «Da dicembre non riceviamo nulla. Abbiamo retto finora grazie ai un mutuo che devo restituire alla banca e alla buona volontà dei fornitori ma tra qualche giorno inizieranno a non portarmi più la merce, dovrò chiudere»

MACERATA – Lo Stato ha smesso di pagare, da dicembre il credito è salito a 150mila euro, e ora il Vecchio Mulino, ristorante a gestione familiare di Pieve Torina, uno dei borghi delle Marche piegati dal sisma del 30 ottobre scorso che da allora ha servito pasti caldi ai soccorritori, è in procinto di chiudere per debiti.

La convenzione con il Centro Operativo Avanzato di Macerata
La titolare, Silvia Fronzi che con la madre e la sorella di 26 anni gestiscono il ristorante hanno raccontato la loro epopea a La Stampa: «Sono stata fortunata, la casa era agibile, anche il ristorante. Abbiamo scelto di tenere aperto e continuare a lavorare. Se non l’avessimo fatto dove avrebbero mangiato i soccorritori?». Impegno che hanno mantenuto anche quando hanno dovuto abbandonare il paese in attesa dei controlli di agibilità: per mantenere fede alla convenzione con il Centro Operativo Avanzato di Macerata ogni giorno la ristoratrice ha macinato 200 chilometri di viaggio per fare la spola tra la sua nuova residenza e il ristorante: «Dovevamo servire 200 pasti al giorno e non siamo mai venuti meno al nostro impegno, nemmeno durante le feste».

150mila euro di crediti
Con l'anno nuovo però sono arrivati i guai, o meglio hanno smesso di arrivare i pagamenti per il servizio mensa. «Da dicembre non riceviamo nulla. Siamo arrivati a circa 150 mila euro di credito con lo Stato. Abbiamo retto finora grazie ai un mutuo che devo restituire alla banca e alla buona volontà dei fornitori ma tra qualche giorno inizieranno a non portarmi più la merce, dovrò chiudere». La ristoratrice ha tenuto a precisare che nulla ha con gli operatori del soccorso ma si è detta indignata dallo «Stato, che considera normale non pagare e mettere in difficoltà chi lavora con onestà malgrado le condizioni proibitive».

Due interrogazioni parlamentari
Il caso di Silvia è stato portato in Parlamento con Beatrice Brignone (Possibile) e Donatella Agostinelli (M5s), hanno presentato interrogazioni parlamentari per chiedere spiegazioni.