30 aprile 2017
Aggiornato 14:30
Inchieste ambientali

Il magistrato che ha visto la nave dei veleni: «A bordo bidoni tossici e l'ombra di resti umani»

Le navi dei veleni, quelle carrette del mare riempite di rifiuti tossici e affondate nel Mediterraneo dalla criminalità organizzata per smaltire a basso prezzo scorie di ogni tipo e frodare le assicurazioni con le imbarcazioni colate a picco, stanno tornando a far parlare di loro, nonostante ufficialmente non esistano

Il procuratore capo di Vibo Valentia, Bruno Giordano, è il titolare delle indagini sull'affondamento del Cunski (© Wipusit Kamsarn | Shutterstock.com)

ROMA – Le «navi dei veleni», quelle carrette del mare riempite di rifiuti tossici e affondate nel Mediterraneo dalla criminalità organizzata per «smaltire» a basso prezzo scorie di ogni tipo e frodare le assicurazioni con le imbarcazioni colate a picco, stanno tornando a far parlare di loro, nonostante ufficialmente non esistano.

Le dichiarazioni del pm desecretate
Ultimamente, a fine dicembre, la Commissione parlamentare d'inchiesta sulle ecomafie ha ordinato una serie di perquisizioni in tutta Italia sui presunti traffici illeciti di rifiuti in Italia a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta. Pochi giorni prima, l'Arpa della Calabria ha avviato una serie di misurazioni della radioattività delle coste regionali, aree che secondo alcuni pentiti sarebbero state contaminate anche da scorie nucleari affondate nei profondi abissi calabri. Ora poi alcuni organi d'informazione hanno riportato le dichiarazioni del procuratore capo di Vibo Valentia, Bruno Giordano, resa alla commissione bicamerale d'inchiesta sulle ecomafie nel 2009 e recentemente desecretata.

I dettagli rivelati da un pentito di 'ndrangheta
In particolare il magistrato era stato sentito, il 22 settembre 2009, perché titolare delle indagini sulla scomparsa sospetta di una nave, il Cunski, che secondo un pentito di 'ndrangheta, Francesco Fonti, sarebbe stata fatta affondare in una determinata posizione dopo essere stata stipata con 120 bidoni di rifiuti tossici. Il pm aveva ottenuto la collaborazione di una società navale, la Nautilus di Vibo Valentia che aveva messo a disposizione un robot subacqueo (Rov), che il 12 settembre 2009, pochi giorni prima dell'audizione era sceso nel punto indicato dal pentito e aveva girato alcune immagini che ritraevano un relitto.

I bidoni tossici
Il magistrato aveva raccontato così quello che avrebbe visto nel video: «Sono chiaramente visibili due bidoni, uno dei quali obliquo e seminterrato, entrambi compressi dalla colonna d'acqua soprastante e sembrerebbe esserci un forte rinforzo su uno dei bordi, quello superiore, che potrebbe essere il tipo di chiusura utilizzata abitualmente per il trasporto in questo tipo di contenitori di rifiuti speciali». Il pm ha aggiunto che l'imbarcazione «è stata trovata con le modalità da lui descritte (riferendosi al pentito Fonti, ndr) e con la fuoriuscita di due bidoni del tipo di quelli utilizzati per il trasporto di sostanze nocive dea lui descritte. Ancora non abbiamo la certezza che gli altri 118 bidoni siano dentro la stiva perché è coperta di melma; tuttavia la stiva sembrerebbe essere parzialmente piena»

I resti umani
Ma quello che «fa inorridire chiunque guardi quel filmato», per usare ancora le stesse parole del pm, sarebbe un altro dettaglio: «Da uno degli oblò sembrerebbero visibili due forme fisionomiche umane, sembrerebbero proprio due teschi in aderenza all'oblò». Secondo il togato quindi «è stato un viaggio a due servizi», dove a svanire nel nulla non sarebbero stati solo rifiuti «ingombranti», ma anche «qualcuno che doveva sparire».

La Cunski o la Catania?
Per Giordano quindi si tratterebbe della Cunski, anche se il 18 settembre 2009 i rilievi della nave Mare Oceano inviata sul posto dal ministero dell'Ambiente avrebbero sancito che il relitto filmato dal Rov subacqueo sarebbe quello del Catania, una nave colata a picco durante la prima guerra mondiale. Il magistrato aveva parlato invece di «una nave costruita tra gli anni '50 e '60 e sembrerebbe corrispondere al Cunski», aggiungendo: «Ci siamo trovati davanti una nave di 120 m x 20 m, con una fiancata alta 10 metri ed un evidente squarcio a prua dall'interno verso l'esterno come aveva raccontato nelle sue dichiarazioni il pentito Fonti».

La Catania affondata a Napoli
La versione del ministero dell'Ambiente era stata messa in discussione dall'inchiesta di Riccardo Bocca per l'Espresso che scrisse di rilievi fatti a 3 miglia di distanza dal luogo segnalato. Il ministero dell'Ambiente si era limitato a commentare che si trattava di «uno spostamento fisiologico del relitto». Che non si tratti del Catania era stato chiarito inoltre pure dalla compagnia assicuratrice Lloyd di Londra, che aveva la documentazione sull'affondamento di quella nave: colò a picco il 4 agosto del 1943 nel porto di Napoli.