26 marzo 2017
Aggiornato 22:30
Dopo l'arresto di uno dei più importanti reclutatori dell'Isis

Come opera il Jihad in Italia, l'«ombelico degli infedeli»

Dopo l'arresto di Moez Fezzani, meglio conosciuto come Abu Nassim, importante reclutatore dell'Isis in Italia, facciamo il punto sulla radicalizzazione nel nostro Paese

Bandiera dell'Isis. (© railway fx / Shutterstock.com.)

ROMA – Si era fatto più di due anni di carcere in Italia per terrorismo, poi l'assoluzione nel 2012 e un provvedimento di espulsione. Dopo due anni, nel 2014, è arrivata la condanna in appello a 5 anni e 8 mesi diventata definitiva. Oggi, secondo fonti dell’antiterrorismo, la cattura in Sudan di Moez Fezzani, conosciuto come Abu Nassim, una figura di spicco tra i reclutatori dell'Isis in Italia. Che avrebbe fatto parte, tra il '97 e il 2001, di una cellula del «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento» con base a Milano che reclutava uomini da inviare nei Paesi in guerra.

Nassim, una figura da manuale
Quella di Nassim è una vicenda che dice molto sulle dinamiche del jihadismo in Italia, in quanto, come dichiarato dal gip Guido Salvini, la sua è «una figura da manuale». Vissuto in varie città italiane, tra cui Milano, Napoli, Bolzano e in un centro della Valle d’Aosta, ha fatto il bracciante al Sud e lo spacciatore al Nord, prima di diventare – come lui stesso si è definito – «un uomo pio e religioso». Arrivato dalla Tunisia, in Italia iniziò a lavorare come ambulante per poi finire, in breve tempo, nella piccola criminalità. Non era un predicatore, ma un operativo, capace di convincere le persone. Che reclutava in giro per dormitori pubblici, giardinetti, stazioni, portandole poi in moschea.

L'Italia ha meno foreign fighters dei vicini europei
Una vicenda che spinge a chiedersi quale sia lo «stato dell’arte» nella lotta al terrorismo in Italia, e, soprattutto, come operino le reti jihadiste nel nostro Paese. Un Paese che, pur non avendo fino ad oggi subito attacchi come la vicina Francia, è spesso nel mirino della propaganda dello Stato islamico, che vede in Roma la capitale, l'«ombelico» degli infedeli. Secondo uno studio pubblicato dall’International Centre for Counter-Terrorism dell’Aja, il caso italiano è atipico nel panorama europeo anche per il numero «relativamente basso» di foreign fighters partiti per Siria e Iraq rispetto ad altri Paesi europei (circa un centinaio, dei quali solo una minoranza con passaporto italiano, sui 3.900-4.300 arrivati da tutta l’Ue). Contrariamente a quanto accade in altri Paesi europei, dove la pressione di amici o parenti o altre dinamiche di gruppo giocano un ruolo importante nella decisione di dedicare la propria vita al Jihad, in Italia «prevalgono percorsi individuali di radicalizzazione».

L'evoluzione dell'ideologia radicale in Italia: dagli anni Novanta ai Duemila
In effetti, l'evoluzione del jihadismo in Italia ha seguito una parabola alquanto diversa rispetto ai principali Stati occidentali. Il Belpaese è stato storicamente tra i primi Stati europei ad essere interessato  da una presenza jihadista già relativamente forte a partire dai primi anni Novanta, ma verso gli anni Duemila, quando il resto del mondo dovette confrontarsi con la minaccia terroristica, la situazione in Italia è rimasta piuttosto tranquilla. Da un lato, funzionò la pressione operata dalle autorità italiane nei confronti dei network più strutturati; al tempo stesso, il declino di questi ultimi non fu seguito dall’immediata emersione di reti autoctone.

L'inizio del jihadismo autoctono in Italia
Ma una serie di indagini svolte a inizio anni Duemila dimostrò che qualcosa, nello scenario, stava cambiando. Nel 2007, 4 marocchini in provincia di Perugia furono arrestati in base all’articolo 270 quinquies del Codice penale, che punisce individui che forniscono o ricevono addestramento su esplosivi, armi o tecniche utilizzabili a fini terroristici. Al centro del caso, un imam quarantenne della piccola moschea di Ponte Felcino (frazione di Perugia), che diffondeva idee estremiste all’interno della comunità, indottrinando a porte chiuse gruppi di fedeli. Un’indagine molto simile ad altre due, di poco successive a questa, condotte nel milanese e in Calabria. Questi casi portarono all’emersione di una nuova tipologia di jihadismo, fino ad allora poco nota in Italia: il cosiddetto jihadismo «autoctono», che opera, cioè, indipendentemente da gruppi più strutturati.

Il caso Game
La svolta nelle indagini e nello studio del fenomeno l’ha poi segnata il «caso Game». Il 12 ottobre 2009, presso la Caserma Santa Barbara a Milano, Mohammed Game, libico nato a Bengazi, fece saltare un esplosivo ferendo parecchie persone. La radicalizzazione dell’uomo era avvenuta di recente, dopo un attacco cardiaco subito nel 2008: il nipote rivelò che lo zio trascorreva molte ore su siti jihadisti e che confessò di voler compiere attentati suicidi contro un autobus o un Mc Donald’s. In effetti, gli inquirenti trovarono sul pc di Game ben 788 file sul tema. Una vicenda di radicalizzazione solo in parte «autoctona», visto che l’escalation era sì avvenuta a Milano, ma l’uomo, cresciuto in Libia, si era trasferito in Italia solo da adulto. Ad ogni modo, il caso Game venne considerato l’emblema di un fenomeno che si ventilava da anni, e che la relazione al Parlamento 2009 dell’intelligence definì  «l’improvvisa attivazione operativa di soggetti presenti sul territorio nazionale che, al di fuori di formazioni terroristiche strutturate, elaborino in proprio progetti ostili, aderendo al richiamo del jihad globale». Un pericolo che riguardava anche i tanti immigrati di seconda generazione, soggetti nati e cresciuti in Occidente, resi particolarmente vulnerabili ai tentativi di reclutamento sul web da situazioni di disagio socio-economico o emotivo.

Qualche centinaio i simpatizzanti del Jihad in Italia
Da allora in avanti, molte sono state le inchieste che hanno confermato l'attecchire della tendenza del jihadismo autoctono, un fenomeno giunto in Italia in ritardo rispetto ad altri vicini europei. Ma accanto a questa forma di estremismo rimane quella più «tradizionale», caratterizzata e manovrata da network più strutturati. Come nel caso di Nassim, che pare fosse legato ad Al Qaeda. Ad ogni modo, secondo un dossier dell'ISPI si può ritenere che i soggetti attivamente coinvolti nella nuova scena jihadista autoctona siano una quarantina o una cinquantina. Parallelamente, si può stimare che il numero di coloro che in vario modo e con vari livelli d’intensità simpatizzino con l’ideologia jihadista sia di qualche centinaio. Molti di questi soggetti vivono nelle città del Nord Italia: proprio come Nassim, che a lungo ha operato a Milano.

Il jihadista lombardo
In effetti, la folta comunità musulmana e la presenza di palestre del radicalismo islamico fanno di Milano e della Lombardia il fulcro dell’eversione islamista in Italia. Numerose sono state le inchieste che hanno coinvolto jihadisti o aspiranti tali nel capoluogo meneghino o nel suo hinterland, al punto da poter tratteggiare il profilo del «jihadista lombardo». A partire dalla guerra in Iraq del 2003, dei 12 principali reclutatori noti alle autorità italiane, 7 agivano principalmente in Lombardia e almeno una dozzina dei quasi 30 jihadisti reclutati proveniva da Milano e Cremona.

Milano hub dei jihadisti in Italia
Il caso più eclatante fu quello di Abu Farid Al Masri (Abū Farīd al-Miṣrī), residente a Milano, morto suicida il 19 agosto 2003 nell’attentato al Canal Hotel di Baghdad, nel quale rimasero uccisi un inviato speciale dell’Onu e altre 22 persone. Mesi prima, il 9 dicembre 2003, Abu Hafs (Abū Ḥafṣ), residente a Cremona, attaccò il ministero dell’Interno iracheno, uccidendo 30 persone e ferendone 660. Inoltre, 6 dei 14 jihadisti italiani catturati tra Iraq e Afghanistan, transitati o tuttora detenuti nel carcere di Guantánamo, provenivano o erano legati a Milano.

Al Qaeda a Milano
Anche Al Qaeda ha fatto tappa a Milano: basti pensare ai casi del «Muḥammad l’egiziano» e dell'«Ḥamza il libico». Il primo, in contatto con radicali milanesi e con Muḥammad ‘Aṯā (il capo dei dirottatori dell’attacco alle Torri Gemelle), è stato l’ideatore della strage perpetrata l’11 marzo 2003 a Madrid. Il secondo, residente a Milano e in contatto con numerosi radicali e jihadisti del Nord Italia, era l’emissario di Osama bin Laden, da questi incaricato di creare una rete di jihadisti al fine di pianificare e attuare attentati in Europa. Queste e altre cellule gravitavano attorno a varie moschee, che talvolta erano non solo connesse, ma addirittura amministrate dai terroristi.

Il centro nevralgico per il finanziamento del terrorismo in Italia
Oltretutto, la zona di Milano è stata il centro nevralgico per il finanziamento del terrorismo islamico in Italia, soprattutto grazie alle donazioni da parte dei fedeli (zakāt) e ai fondi derivanti da attività lecite e società di copertura. Nel 2003 si scoprirono movimenti di denaro tra Cremona e la Germania destinati al campo di addestramento di Anṣār al-Islām nel Kurdistan iracheno. Senza considerare lo stretto connubio tra jihadismo e varie attività criminali, come il traffico di droga, la contraffazione di documenti e il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: tutte fonti di finanziamento preziose per i jihadisti.

Quel filo rosso tra Brescia e l'Albania
Non solo Milano, però. Una recente inchiesta ha rivelato il filo rosso che unisce il bresciano con l’Albania in tema di jihadismo. Il procuratore generale di Brescia Luigi Maria Dell’Osso ha parlato di collegamenti con Paesi dell’Est europeo e in particolare con l’Albania, dove sono stati identificati veri e propri centri di addestramento e propaganda. Centri attorno ai quali gravitavano  un centinaio di militanti esperti di reclutamento, alcuni dei quali in contatto costante sul territorio italiano, in particolare nella zona del bresciano.