30 aprile 2017
Aggiornato 14:30
Mentre Renzi millanta rivoluzionari cambiamenti

L'Italia che non cambia: 171 Comuni sciolti per mafia

Mentre la campagna di comunicazione del premier Renzi è da sempre incentrata sul concetto di cambiamento, c'è un'Italia che non cambia mai: quella dei 171 commissariamenti per mafia

Una bandiera italiana. (© Savvapanf Photo / Shutterstock.com)

ROMA - Giovanni Falcone disse che la mafia «non è certo invincibile»: «è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio e una fine», sosteneva. Di certo, però, nel Belpaese questa fine, ad oggi, ancora non si vede, benché la questione, negli ultimi tempi, sembri attirare sempre meno l'attenzione dei media. Questa volta, la realtà è più cruda della sua rappresentazione. Lo dimostrano le cifre riportate dall'associazione Openpolis, che offrono un quadro  impietoso e inquietante del nostro Paese.

171 Comuni sciolti per mafia
Perché sono ben 171 i Comuni sciolti per mafia. La possibilità di sciogliere un'amministrazione per infiltrazioni e condizionamenti della criminalità organizzata è stata introdotta nel 1991. Da allora, il 94,49% dei commissariamenti è stata registrata tra Calabria, Campania e Sicilia. 9 comuni sono stati commissariati per ben 3 volte: 4 in provincia di Caserta, 4 in provincia di Reggio Calabria e 1 in provincia di Palermo. In tutto sono 8 le regioni coinvolte dai commissariamenti. Oltre alle tre già menzionate, le altre sono Piemonte, Lazio, Liguria, Lombardia e Puglia. La Calabria si conquista il (triste) record a livello nazionale, mostrando peraltro un forte incremento nell’ultimo periodo. Perché, se dal 2001 al 2009 la regione aveva una media annua di 4,7 provvedimenti per mafia, nei 4 anni successivi il dato risulta raddoppiato, toccando l'8,2.

Al Sud il record dei commissariamenti per mafia
Negli ultimi 15 anni, è sempre il Sud Italia a detenere il primato per commissariamenti. Più del  97% dei casi si sono registrati nel Sud e nelle isole dal 2001 ad oggi, mentre solo il 2,34% interessa le regioni del Nord e lo 0,58% quelle del Centro. Bisogna però osservare che il trend delle regioni settentrionali risulta in aumento: mentre nel periodo 2001-2009 non ci sono stati casi dovuti alla mafia, fra il 2010 e il 2014 ce ne sono stati 4. Ad ogni modo, l'incidenza dei casi di criminalità organizzata sul totale dei commissariamenti effettuati ha un peso più consistente al Sud: 13%, contro l'1% del Nord.

Ma al Nord i casi sono in aumento
Tuttavia, studiando la distribuzione del fenomeno nel tempo, si nota come le differenze Nord-Sud si stiano attenuando: nel 2001 il 60,50% dei Comuni commissariati era al Sud, il 28,7% al Nord e il 10,8% al Centro. Nel 2014, ultimo anno di rilevazione, il Sud e le Isole scendono al 45,80%, mentre il Nord e il Centro salgono rispettivamente a 36,60% e 17,60%. E' in atto, insomma, un livellamento in tutto lo Stivale. 

Dalla Campania alla Lombardia
Anche la distribuzione geografica del fenomeno deve far pensare: perché sei Regioni da sole collezionano il 70,36% dei casi. Nell’ordine sono: Campania (18,28%), Lombardia (13,46%), Calabria (12,29%), Puglia (9,39%), Piemonte (8,39%) e Lazio (8,01%). Le Regioni con i numeri più consistenti si trovano sia al Meridione (Campania e Calabria) che al Settentrione (Lombardia). Solo Friuli-Venezia Giulia e Valle-d’Aosta non hanno avuto amministrazioni sciolte negli anni esaminati. Il record in un singolo anno spetta alla Campania, dove nel 2009 ci sono stati ben 43 consigli comunali sciolti.

La procedura
Ma come si scioglie un Comune per mafia? Il provvedimento non è un «semplice» commissariamento, ma qualcosa di più. Per accertare la sussistenza delle accuse, a carico di organi politici ma anche, eventualmente, a dipendenti dell'ente locale, il Prefetto nomina una commissione d’indagine che entro tre mesi (rinnovabili per altri tre) deve compiere le dovute verifiche e consegnargli le proprie conclusioni. Quindi, entro 45 giorni il Prefetto invia al ministro dell’Interno una relazione. E' il presidente della Repubblica, su proposta del ministro dell'Interno, a decretare lo scioglimento, per un periodo dai 12 ai 18 mesi fino a un massimo di 24 mesi in casi eccezionali. Contro tale decreto si può ricorrere in prima battuta dinnanzi al Tar e in appello al Consiglio di Stato. 

«Bisogna che tutto cambi...»
A vedere questi dati, viene in mente quella famosa e italianissima massima del Gattopardo: «bisogna che tutto cambi, perché tutto rimanga com'è». A maggior ragione, questa frase risuona potentemente in un periodo in cui chi ci governa fa della retorica del cambiamento il centro delle proprie argomentazioni: si pensi allo slogan «L'Italia cambia verso» che ha caratterizzato anni di campagne di comunicazione del premier Matteo Renzi; si pensi, anche, all'attuale campagna per il referendum costituzionale, che contrappone semplicisticamente l'Italia che «vuole cambiare» a quella bloccata nella palude dell'immobilismo. Su certe cose - viene da pensare - l'Italia non cambia mai. E purtroppo, sono quelle basilari.